"Mirate in alto, calciate lontano: se andate a caccia di stelle può darsi che non le troviate, ma non tornerete con un pugno di fango".(Gibran)

domenica 21 ottobre 2007

L'ultimo banco


Pochi mesi fa il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi parlò della conoscenza dei ragazzi nel nostro paese, citò alcuni dati dell’Ocse che vede la scuola del nostro paese collocata al venticinquesimo posto nella classifica stilata. Il problema di una scuola efficiente è un nodo che trasciniamo dietro da lungo tempo e che ha effetti anche nel vissuto quotidiano. Forse non è un caso che a parlarne sia stato solo un organismo neppure tanto vicino alla scuola per competenza.

Coloro che invece avevano la possibilità giacché il dovere di intervenire hanno taciuto. In dieci anni sono state fatte tre riforme che si sono esaurite con la cancellazione di quelle precedenti. Un ultimo esempio possiamo darlo citando il ripristino degli esami di riparazione che tanto hanno fatto innervosire gli studenti.

Eppure la scuola è la principale agenzia con cui lo stato-comunità può veicolare i principi ovvero i valori universali di condotta. E’ invece niente. Ma parlando della protesta degli studenti che sono scesi in piazza nei giorni scorsi: manifestare il dissenso per il ripristino nell’esame di riparazione è un po’ riduttivo. Gli studenti devono protestare, devono pretendere un scuola pubblica migliore. Devono protestare perché le classi sono troppo numerose e quindi la lezione diventa dispersiva. Gli adolescenti che conosco hanno almeno trenta compagni di classe. Ma in alcune scuole si sfiorano trentotto membri all’interno di un’aula. E poi devono pretendere professori qualificati che svolgano giusti programmi e che li seguano durante l’anno. Anche in questo ultimo caso la responsabilità è dei governi che si susseguono. Ogni anno ci sono valanghe di trasferimenti di professori. Ci sono professori precari a vita. Con che entusiasmo può insegnare un professore se viene bistrattato di anno in anno non avendo neppure la certezza di poter lavorare l’anno successivo?

La scuola italiana pubblica non funziona e neppure quella privata finanziata con i soldi pubblici funziona. E allora gli studenti fanno bene a protestare, fanno male solo se protestano contro il ripristino degli esami riparatori. Meglio ripetere l’anno se non si è pronti per la classe successiva, il tempo che si perde finiti gli studi potrebbe essere maggiore se non si ha una buona preparazione.

E poi credo anche che bisogna reintrodurre il latino alle medie. A chi dice che il latino “è una lingua morta” rispondetegli che il latino è logica e non va parlata.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

ti racconto la mia esperienza: vengo da una ragioneria di un paese di 26000 abitanti, in classe non eravamo molti, circa una ventina. Di tanto in tanto vedevo i miei compagni di classe tutti all'entrata che avevano intenzione di "fare sciopero".. all'inizio ho provato a chiedere "perchè?"....non mi sapevano rispondere, non c'era un motivo, allora entravo da sola..oppure, peggio, era "perchè oggi mi interroga inglese", quando la prof nostra di inglese la potevi soddisfare con 1-2 argomenti..

...non credo che la colpa sia dei professori...
..ho visto i miei..
..hanno tentato di tutto per far passare la nozione o il concetto del giorno ai miei compagni di classe, ma loro puntualmente se ne fregavano e disturbavano, non facendo niente a casa (ovviamente..) per poi scaricare la colpa sui docenti un giorno prima del verdetto...

..il problema secondo me è: la disciplina.

Forse la reintroduzione dell'esame a settembre può contribuire a ripristinarla..adesso c'è troppo cazzeggio e i "secchioni" (cioè quelli dal 7 in su) subìscono troppe pressioni psicologiche (quando non anche quelle fisiche..), sono delle mosche bianche che devono avere una forza di volontà veramente ammirevole, magari anche a costo di essere soli..

..sentivo l'altro giorno dei miei amici UNIVERSITARI che si raccontavano le loro avventure delle superiori...tutti ridevano perchè uno raccontava di quando tentavano di colpire i prof con i gessetti ("a seconda del prof cambiava il punteggio, la preside valeva 100 punti!!" ) ..
..io invece pensavo a quel poveretto che cercava di fare lezione e che non aveva mezzi per fermarli (cosa vuoi che importi di una nota sul registro a tipi del genere..)..

..chissà perchè, ma non mi veniva da ridere...

Anonimo ha detto...

Anni fa ho avuto l’opportunità, grazie ad un’associazione di volontariato cui ero iscritta, di partecipare ad un programma di collaborazione con la scuola media statale del mio paese finalizzato al sostegno dei ragazzi a rischio. Il mio ruolo sarebbe dovuto essere quello di coadiuvare i docenti durante le ultime due ore di lezione. In realtà l’esperienza è stata ben differente. Per la scuola coadiuvare i docenti aveva un altro significato: dovevo badare ad una classe che si formava al mio arrivo, composta da studenti che per vari motivi rallentavano le lezioni. In pratica era stato adottato un semplice allontanamento dei soggetti fastidiosi, piuttosto che un tentativo d’inserimento degli stessi. Con grande sorpresa ho potuto constatare che quelli che mi erano stati presentati come un manipolo di delinquenti in erba, non erano altro che bambini normalissimi con dei problemi legati a situazioni familiari difficili: indigenza economica, basso livello culturale e per due di loro la difficoltà linguistica vista la cittadinanza albanese. In realtà, i ragazzi in questione sono ad alto rischio, soprattutto quello di essere emarginati. La responsabilità di tutto questo però ricade esclusivamente su una scuola che li esclude dalle attività e li mette in una situazione di inferiorità rispetto agli altri studenti. Nella scuola media i ragazzi affrontano uno dei momenti più delicati della loro vita, durante la pubertà formeranno il loro carattere e gli atti di emarginazione della scuola segneranno indelebilmente il loro comportamento futuro. Nei primissimi giorni i ragazzi mi hanno detto: “noi stiamo in questa classe perché siamo diversi”, “i professori non ci vogliono in classe” e altro. Chi gestiva l’istituzione che doveva badare a loro e tutelarli li aveva marchiati come “diversi” e “sgraditi”, pensando che, viste le loro origini, probabilmente avrebbero intrapreso percorsi poco dignitosi o illegali. Allora perché perdere tempo e trattarli dignitosamente? Aggirare un problema è sempre più facile che affrontarlo. Come deve sentirsi un bambino, quando, dopo tre ore ogni giorno, deve alzarsi per andare via, affrontando lo sguardo di tutta la classe, senza avere la minima idea degli argomenti trattati nelle due ore che perde e come farà ad essere valutato nel rendimento scolastico, visto che nessun professore perderà del tempo per ripetere la lezione che, a suo dire, ha potuto tenere proprio grazie alla sua assenza? I compagni di scuola che idea si faranno di loro e che stima potranno mai avere nei confronti di chi deve essere allontanato per permettergli di studiare in pace? Questi bambini sono delle vittime, incapaci di difendersi da un gruppo di bulli molto più forti e violenti degli altri, travestiti da preside e professori. Mi sono posta un’altra domanda: come mai la scuola considera in modo diverso lo stesso comportamento di due bambini che disturbano la classe, solo perché i loro genitori appartengono a classi sociali differenti? Perché il figlio di un netturbino è considerato “a rischio” e quello di un notaio “vivace”? Mi sono chiesta se quando si decide di allontanare dalla classe un elemento di disturbo si tiene in considerazione la classe sociale, giungendo alla conclusione che prestavo volontariato in una scuola classista.
Non nascondo che all’inizio ho avuto qualche difficoltà, dovevo in qualche modo giustificare la mia presenza senza mortificarli. Ho provato a spiegare che ero lì per aiutarli a studiare e che se si fossero comportati bene avrebbero potuto considerarmi un’amica piuttosto che una specie di professoressa. Ho stabilito, senza nessuna difficoltà, un ottimo rapporto basato sul rispetto reciproco, ho anche notato che in quella scuola il rispetto reciproco era una novità. Ho conosciuto dei ragazzi capaci di apprendere, dotati di una spiccata sensibilità e grande creatività. Ho constatato che le loro lacune erano colmabilissime e che ascoltavano quanto avevo da dire senza recare nessun disturbo. Mi sono limitata a trattare quei ragazzi come delle persone e non come dei derelitti della società e, vedendo i risultati ottenuti, ritengo che anche quello era una novità. Se i ragazzi a rischio di quella scuola media, sono gli stessi che quando mi incontrano per strada si sbracciano per salutarmi e mi sorridono in modo dolcissimo, significa che il problema è più grande di quanto si possa immaginare e che per tentare di risolvere qualcosa bisogna partire dalla rieducazione della classe insegnante che al momento rappresenta l’unico rischio reale.